“La provincia di Agrigento è più seria…di palermitani ce n’era una decina affidabili…non ci sono più..io posso arrivare a Corleone che sono ancora persone con la testa sulle spalle. Persone che ti dicono una cosa ed è una cosa!”. Commentavano così i presunti boss e gregari dell’Agrigentino, che si ritenevano molto più “pericolosi” e “seri” delle famiglie palermitane, intercettati dalle microspie e pedinati dai carabinieri con le accuse, a vario titolo, di estorsione e associazione a delinquere di stampo mafioso. L’organizzazione criminale aveva messo gli occhi, oltre che sugli appalti per lavori pubblici, anche sulle cooperative che gestiscono i centri d’accoglienza per i migranti. Sono 56 gli arresti eseguiti all’alba di oggi come disposto dal gip su richiesta della Direzione distrettuale antimafia di Palermo. Tra questi otto persone nel Palermitano. Solo in due sono sfuggiti alle manette perché fuori dal territorio nazionale.

Pizzo sui lavori pubblici: “Vogliono fatto lo sconto”

In provincia di Palermo sono finiti in carcere Franco D’Ugo (53 anni, nato e residente a Palazzo Adriano), considerato esponente della famiglia mafiosa di Palazzo Adriano, Salvatore Filippo Giacomo Di Gangi (76 anni, nato a Polizzi Generosa e residente a Sciacca), considerato reggente del mandamento di Sciacca, Giovanni Gattuso (62 anni, nato e residente a Castronovo di Sicilia), considerato reggente della famiglia mafiosa di Castronovo di Sicilia, Alessandro Geraci (32 anni, nato e residente a Petralia Sottana), Antonio Giovanni Maranto (53 anni, nato a Polizzi Generosa e residente a Castellana Sicula), ritenuto reggente del mandamento di San Mauro Castelverde, Pietro Paolo Masaracchia (67 anni, nato e residente a Palazzo Adriano), Vincenzo Pellittieri (66 anni, nato e residente a Chiusa Sclafani), considerato esponente della famiglia mafiosa di Chiusa Sclafani, Salvatore Pellittieri (26 anni, nato a Palazzo Adriano e residente a Chiusa Sclafani). Agli arresti domiciliari Adolfo Albanese (71 anni, nato a Petralia Sottana ma residente a Caltavuturo).

Operazione “Montagna”, sequestrate sette imprese

Su di loro il mandamento della “Montagna” (da cui gli inquirenti prendono spunto per dare un nome all’operazione) sapeva di potere contare. Per portare a termine i loro piani avevano bisogno di gente fidata. “Abbiamo bisogno di loro… e non ci sono… non è più come una volta… una volta c’era…una provincia…mettiamo su la provincia…la provincia già si sapeva dove bisognava andare…chiamava a chi…vai con lui e sapevi dove andare…adesso non si sa più niente…assolutamente…perché le cose sono cambiate… non è che sono cambiate…perché le persone che tu conoscevi non ci sono più… e quello che c’è… quello che c’è non si può muovere catamiari”, diceva a febbraio 2014 Giuseppe Luciano Spoto, considerato reggente della famiglia mafiosa di Bivona. “E’ stato fatto un lavoro monumentale – ha dichiarato il procuratore aggiunto Paolo Guido – a dimostrazione della necessità di un intervento del genere sul territorio. L’inchiesta mostra un preoccupante spaccato sociologico, un’ortodossia fra i protagonisti che ci porta indietro di 40 anni. Abbiamo arrestato 15 soggetti che avevano ruoli apicali, possiamo dire di aver ‘decapitato’ l’organizzazione con l’arresto dei boss”.