“Le politiche dell’Ue costituiscono una negazione dei diritti fondamentali delle persone e del popolo migrante, mortificandone la dignità”. E’ la conclusione a cui sono giunti i componenti del tribunale permanente dei popoli (Tpp), che si è riunito per tre giorni in città.

Nella sentenza il Tribunale chiede “una moratoria urgente dell’attuazione di tutti quegli accordi che similarmente all’accordo Ue-Turchia, e il processo di Karthoum sono caratterizzati da assenza di controllo pubblico e dalla corresponsabilità nelle violazioni dei diritti umani fondamentali dei migranti. Invita il Parlamento italiano e il Parlamento eropeo a convocare urgentemente commissioni d’inchiesta o indagine sulle politiche migratorie, gli accordi e il loro impatto sui diritti umani, nonché sull’uso e destinazione di fondi destinati alla cooperazione internazionale, al fine di identificare e perseguire eventuali responsabili. Ritiene responsabilità specifica dei comunicatori e dei mass media di assicurare una corretta informazione sulle questioni migratorie, riconoscendo il popolo migrante non come una minaccia ma come titolare di diritti umani fondamentali. Il Tribunale fa proprie e rilancia le proposte elaborate dalla relatrice speciale Onu sulle sparizioni forzate nel suo ultimo rapporto sulle sparizioni forzate nelle rotte migratorie (2017) nonché le richieste e raccomandazioni fatte da varie organizzazioni non governative, quali quelle contenute nell’ultimo rapporto di Amnesty International (dicembre 2017) sulla situazione in Libia”.

Durante l’Udienza sono state sentite le voci e le testimonianze di esperti (Sea-Watch, Oxfam, MEDU, Borderline Sicilia, Baobab Experience e LasciateCIEntrare) e migranti protagonisti di torture, dalle scosse elettriche alle esecuzioni sommarie, violenze sessuali, trattenimenti, mutilazioni.

“Dai fatti esaminati e dalle testimonianze ascoltate- si legge – emerge la spoliazione progressiva dei diritti e della dignità delle persone che si manifesta lungo tutto il percorso migratorio, dalle condizioni nei luoghi d’origine, al viaggio, alla permanenza nei campi prima di cadere nelle mani di trafficanti, poi nel corso della traversata in mare. Chi viene respinto entra nell’inferno dei campi di detenzione legali o informali. Chi eventualmente arriva sul territorio italiano, termina in un hotspot, dove le sue possibilità di chiedere il riconoscimento dello status di rifugiato sono affidate al caso o alla fortuna. Da quanto esposto in precedenza risulta evidente come la responsabilità sia frantumata. Di questa frantumazione si fa spesso un profitto intenzionale. Diventa perciò difficile indicare con precisione chi è il colpevole, chi deve rispondere. L’opinione pubblica ne viene disorientata. La concatenazione, la sequela, è talmente lunga, complicata, occulta, che quasi sempre si perde il nesso. Questo non permette di risalire a chi ha le maggiori responsabilità e spinge invece a fermarsi agli aguzzini più manifesti e ovvi, ad esempio le guardie libiche, ai ‘trafficanti’ o agli ‘scafisti’, figure di quella zona grigia di cui spesso, loro malgrado, fanno parte gli stessi migranti. Le testimonianze sugli “scafisti forzati” sono state particolarmente significative. I cittadini dei paesi europei si sentono perciò del tutto sollevati da ogni responsabilità. Per un perverso meccanismo, oramai frequente, vengono rovesciati i ruoli della vittima e del persecutore. Il migrante viene presentato come il primo colpevole, quello su cui ricade la colpa originaria, semplicemente per essersi mosso e aver così disturbato l’ordine degli Stati. “È giunto il momento di invertire la rotta – recita ancora la sentenza – e rivendicare il diritto di migrare e il diritto all’accoglienza come diritti umani fondamentali. Migrare è un atto politico e esistenziale. Lo ius migrandi è il diritto umano del nuovo millennio che, sostenuto dall’associazionismo militante, dai movimenti internazionali e dalla opinione pubblica sempre più avvertita e vigile, richiederà una lotta pari a quella per l’abolizione della schiavitù. Ma non c’è diritto di migrare senza l’ospitalità intesa non nel senso riduttivo di semplice diritto di visita, bensì come diritto di residenza”