Provato e con i solchi sul volto, il missionario laico ha abbandonato il Palazzo delle Poste. Qualche giorno di riposo nella Missione e poi si chiuderà nel silenzio tra le montagne della città.

Si è alzato, ha camminato e si è accasciato tre volte con la croce di dieci giorni di digiuno sopra le spalle. Una via Crucis lunga quanto la scalinata grigia che separava la roulotte che lo avrebbe portato alla Missione di “Speranza e Carità”, dal colonnato oltre cui per molte, troppe notti ha trovato un riparo di fortuna. Prima un momento di preghiera e la recita del rosario. Poi il missionario laico, nonostante le poche forze, ha salutato quel lastricato freddo da cui si è riparato con le sole coperte accumulate da gesti d’amore.

“Grazie”, gli urla qualcuno tra gli applausi. “Sei un santo”, sussurra sottovoce una donna. “Biagio, Biagio, fratello Biagio”, dicono gioiosi alcuni bambini cui lui non fa mancare baci e carezze. “Grazie a voi, grazie per il vostro affetto, ho pregato per tutti ma adottate un povero”, risponde Biagio Conte, quasi nascosto nel suo saio verde divenuto troppo grande e sorretto da chi lo ha accompagnato nel suo calvario. Accanto a lui anche Pasquale Scimeca, il regista che tra il 2014 e il 2015 ha prodotto il film “Biagio, controcorrente”.

Si ferma, infatti, il suo digiuno ma non la sua protesta. Qualche giorno per riprendersi dalla fame e dal freddo che ha scelto per far arrivare a quanta più gente possibile il suo messaggio, tra coloro lo amano lungo gli spazi della Missione di Speranza e Carità di via Decollati. Poi il missionario si chiuderà nel silenzio e nella preghiera, tra le montagne della sua Palermo, come ama spesso dire.

E chissà quanti già da oggi, passando davanti all’edificio in cemento armato di via Roma, si volteranno a guardare se Biagio è ancora lì e ricorderanno il messaggio di quegli occhi profondi come il mare. E quanti riconosceranno in lui il primo degli ultimi che lo sostituirà tra il gelido colonnato di quel luogo così centrale ma lontano a molti.