A mente fredda e senza interferenze sonore: i testi delle canzoni, si sa, sono concepiti per condurre una melodia da qualche parte e diventano tutt’altra cosa se presi da soli, scritti sulla pagina, spogliati dell’orpello musicale: così emerge meglio la caratura delle liriche, e solo di quelle, che, nella fattispecie, andremo ad ascoltare tra pochi giorni a Sanremo. Eccoli qua i brani della 69esima edizione del Festival, in una sintetica valutazione preventiva: a mente fredda, nudi e crudi (o troppo cotti, più spesso).

LE NOSTRE ANIME DI NOTTE (Anna Tatangelo): 2. Una menata sbrodolosa per fare il punto sulla sua telenovela con Gigi D’Alessio. Nessun guizzo, nessun verso degno di nota, tutto molto stantio; se la musica va di pari passo, prepariamo il fonografo.

MI SENTO BENE (Arisa): 8. Versi molto lunghi, endeca/dodecasillabi puramente descrittivi e narrativi, per ribadire uno stato di levità derivante dal fatalismo, e che forse specula un poco sulla nomea da sciroccata di Rosalba Pippa. Tanti momenti accatastati: classico scritto che ha bisogno della musica, di per sé dice poco.

PER UN MILIONE (BoomDaBash): 6-. Altro testo logorroico: l’hanno scritto in 40, fra CheopeTakagiRocco Hunt e l’insipida quanto onniscrivente Federica Abbate nell’evidente, cinico obiettivo di ripetere il tormentone Roma-Bangkok. Qualche assonanza o rima sporcata un po’ andante («ti aspetto come i lidi aspettano l’estate/come le mogli dei soldati aspettano i mariti») e immagini sullo spericolato («come una mamma aspetta quell’ecografia»). In definitiva, siamo sull’immaturo ostinato.

ARGENTOVIVO (Daniele Silvestri): 6-. Qui il livello si alza un poco – interviene anche il rapper Rancore – anche se la storia dell’adolescente problematico per colpa della società distratta è francamente abusata. Farà urlacchiare all’impegno, ma è il solito vittimismo generazionale per cui chi ha troppo alla fine non ha niente e allora scatta il disagio: «Mi resta solo il rancore…». Figurati se invece che a solfeggiare sullo smartphone stavi a spaccare pietre in una cava, ragazzo.

PAROLE NUOVE (Einar): 3. «La superficialità dei tuoi sguardi mi uccide»; «Io ti giuro che se te ne vai cancellerò il tuo nome». Le parole nuove sarebbero queste? Sconvolgente anche il tema: un amorazzo adolescenziale. Scuola Maria, che altro vuoi?

NONNO HOLLYWOOD (Enrico Nigiotti): 3. Ma si possono scrivere cose come «quant’è bella la campagna e quant’è bello bere vino/quante donne abbiam guardato abbassando il finestrino» a 32 anni? Questo è il ricordo per un parente scomparso, senza guizzi, con una prevedibilità spietata. «Ma se cadiamo a terra poi son cazzi nostri…». Ma pensa. Nell’orgia di banalità, sorprende un verso, uno solo, che, coi tempi che corrono, forse sarebbe stato meglio eliminare: «La vita adesso è un ponte che ci può crollare».

SOLO UNA CANZONE (Ex-Otago): 3. L’usura di coppia in versi usurati come «dormir con te stanotte è importante/perché ci vogliamo bene». Che è già qualcosa, pensa se si odiavano. Poi una profonda verità: «Tutti cantano l’amore…». Ed è proprio quella, alle volte, la tragedia.

SENZA FARLO APPOSTA (Shade/Federica Carta): 4-. No, no, voi l’avete fatto apposta e come: «A volte dirsi ti amo/è più finto di un dai ci sentiamo». Dannata Maria. Avevamo scritto, tempo fa, che Baglioni avrebbe pagato caro, avrebbe pagato tutto questo scempio. Confermiamo, dannato anche lui.

ASPETTO CHE TORNI (Francesco Renga): 4-. Questo è probabilmente il testo più melenso di tutto il Festival. Del patetico peggiore, lagnoso, lamentoso. Attribuito a Bungaro, che così si assume la sua parte di colpa (gravissima).

ROSE VIOLA (Ghemon): 5/6. Non certo un capolavoro, anzi robetta, al solito, deperibile, ma almeno qualche sforzo di originalità, come le «frasi squisite che ora sanno di cibo per gatti». Ed è uno di 36 anni a cantare: che vogliamo farci, oggi va così, e rispetto al resto tocca pure contentarsi.

MUSICA CHE RESTA (Il Volo): 4-. «Cerco in un sospiro i tuoi desideri», «siamo il sole in un giorno di pioggia». Ignobile. Questi sono tre gran paraculi, altro che. Roba da far rimpiangere la modernità alle vongole di Sergio Bruni: «Il mare/è la voce del mio cuore…». Musica che resta? Ciò, speremo de no.

LA RAGAZZA CON IL CUORE DI LATTA (Irama): 4. Questo è un caso paradigmatico: uno spunto interessante, potenzialmente poetico – la storia vera di una giovanissima cardiopatica che dipende dal peacemaker e da una vita difficile – sprecato per mancanza di talento: totale sconoscenza delle figure retoriche, degli artifici, un racconto che cerca la poesia e non la trova, cerca il verismo asettico e non lo trova. Un tempo avevamo Finardiche cantava Laura degli specchi, adesso abbiamo Irama con la sua influencer da sbarco.

COSA TI ASPETTI DA ME (Loredana Berté): 4. Scrive la musica Curreri, quindi siamo in zona Vasco; però c’è un Gerardo Pulli che, manco a dirlo, sbarca pure lui da Amici (E non c’è solo il Salzano power, cari…). Per dire cosa? L’ennesima variazione sul disagio esistenziale. Va bene, ma non l’ha tritata e ritritata Loredana questa solfa? Si vascheggia di riporto («Cosa nascondi negli occhi te/che cosa vuoi da me?») ma questo è un testo che non va da nessuna parte. Ecco, mi aspettavo qualcosina di più, da te.

SOLDI (Mahmood): 6+. Anche lui è un raccomandato da talent, come Nigiotti, poche storie: a differenza di altri, però, sembra avere parecchie carte da giocarsi, a cominciare dalla voce, davvero notevole. Si è imposto a Sanremo Giovani con pieno merito, e porta un brano difficile da soppesare quanto a liriche: furbescamente infila dentro di tutto, dalla periferia allo champagne che rima col Ramadan, con Jackie Chan, e insomma sfrutta le sue tante matrici. Se bene o male, lo scopriremo solo ascoltando.

DOV’È L’ITALIA (Motta): 5/6. Motta vive una condizione artistica schizoide: arriva alla ribalta generalista in fama di genietto indie, ma nell’indie è già in fama di normalizzato, di carrierista alla maniera di Brunori. Qui porta un testo asciutto, che unisce l’amore a vaghe stelle dell’orsa di sapore sociale (si accenna a storie di arrivi e ripartenze dal mare, a migrazioni). Lui, furbo, dice che «le canzoni non si spiegano»: d’accordo, ma a patto che si spieghino da sole. Intimismo politico, non trascendentale.

I RAGAZZI STANNO BENE (Negrita): 4. Qui la matrice politica invece c’è tutta, c’è addirittura l’invettiva (contro Salvini). Per cui piacerà. Ma analizzando i versi per quelli che sono, si trovano rime telefonate del genere stelle/pelle, pianura/paura: non un grande sforzo. Già il titolo è volutamente derivativo (degli Who: who else?), ma sono proprio di quelle trovate che provocano imbarazzo.

MI FARÒ TROVARE PRONTO (Nek): 4. Dice che si è fatto convincere da Baglioni a tornare: lui in realtà è uno dei Salzano boys, cantava anche al suo matrimonio. Detto questo, il testo fa schifo: «Libri di milioni di parole/ce ne fosse almeno una/per essere all’altezza dell’amore». Giusto per non essere tacciati di processi alle intenzioni. Poi, magari, la musica e il cantato faranno il miracolo. Ma il testo fa veramente schifo.

UN’ALTRA LUCE (Nino d’Angelo/Livio Cori): s.v. Nino ha saputo con intelligenza far dimenticare i tempi neomelodici de ‘nu jeans e ‘na maglietta per darsi a una proposta sempre più concreta: filologica, di recupero di una tradizione che da partenopea risale fino al mondo, al world. Qui si presenta col rapper Cori, in una sorta di passaggio di consegne. Il testo è per lo più in dialetto, ed è per questo che sospendiamo il giudizio: non si può valutare una lingua, bellissima, come quella napoletana, fatta apposta per la musica, senza la musica.

L’ULTIMO OSTACOLO (Paola Turci): 6+. Anche lei, quanti Sanremi, ravvicinati per di più: l’ultimo appena due anni fa, dove aveva raggiunto una sorta di rinascita artistica. Qui porta una riflessione tra nostalgia del padre e consapevolezza delle difficoltà della vita. Non è un testo memorabile, ma almeno offre una certa scorrevolezza che si intuisce funzionale alla melodia.

UN PO’ COME NELLA VITA (Patty Pravo/Briga): 4. Patty briga con Briga: solo che, davvero, qui el se capiss nagott: tra un «illuminarmi il cuore», «una luce alla stazione» e «una notte che brilla», sembra uno spot per l’Enel. Si patteggia («tu dove vuoi volare?/hai tempo per pensare/ma intanto dimmi almeno dove il cielo va a finire»), ma sarebbe bello capire dove va a finire anche questo testo.

ABBI CURA DI ME (Simone Cristicchi): 7 ½. Il testo migliore del Festival, e di gran lunga. Scritto con Nicola Brunialti, su versi doppi di blocchi di sette/ottonari, è una preghiera, una elegia, l’ammissione di una fragilità che si sublima nell’abbandono. Qui le figure retoriche abbondano, congeniate in modo felice: tutto scorre in un equilibrio fragile e delicato. La musica è un’aria d’opera, ma le liriche, fortemente cadenzate nel cantato, in realtà vivono anche da sole: si chiama poesia.

L’AMORE È UNA DITTATURA (Zen Circus): 6 ½. Altro caso di antifestivalieri normalizzati che portano un pezzo dal sapore rabbioso. E non possono tradirsi al punto da rinunciare all’allusione sociopolitica, dove il senso dell’amore viene stravolto in immagini apocalittiche. Si coglie un cadenzato molto spinto, funzionale a una musica ritmata assai; e il testo è verbosissimo. Però si sente anche una costruzione, un pensiero, lo sforzo di evitare le sirene del già detto.

I TUOI PARTICOLARI (Ultimo): 5-. Avendo vinto l’anno scorso tra gli esordienti, quest’anno entra da papa tra i big: non si capisce bene perché, forse perché ha due dischi nei primi posti in classifica, ma allora è solo questione di mercato, di soldi. Poi magari uscirà cardinale: per intanto, questi versi non sembrano davvero niente di che: e non è certo «Dio a dover inventare nuove parole», sei tu. Disagio da amore derelitto, e lo spacciano per sconvolgente novità. Possiamo non bercela, almeno?

Due parole in chiusura. Livello medio davvero povero, addirittura preoccupante. D’accordo, Sanremo non è tutta la musica italiana, ma non è neppure vero che sia un pianeta a se stante: al contrario, è ormai un calderone onnicomprensivo, dove tutti i generi e tutti i segmenti, dal pop mainstream all’indie, confluiscono. E il livello, dei testi in questo caso, è tragico: sarà che ormai le canzoni vengono assemblate a chili, e non si guarda per il sottile, sarà che di poeti, diceva Moravia, ne nascono due in un secolo, e di parolieri pure: però nel rinascimento della musica avevamo gente come Bigazzi, Mogol, Franca Evangelisti, avevamo versi entrati di diritto nell’antologia della poesia in musica. Adesso abbiamo Federica Abbate e i suoi derivati, e, francamente, come titolerebbe qualcuno, c’è poco da stare allegri.

Sanremo 2019 le pagelle della prima serata 2019-02-06T08:17:25+02:00 Alessandro